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Mobbing e demansionamento

Trattiamo due temi caldi

 

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Vorrei trattare due argomenti che suppongo molte di voi hanno avuto modo di conoscere direttamente, per averli subiti sulla propria pelle (spero poche), o indirettamente, perché a subirli è stata una collega, o un’amica, o una conoscente: il cosidetto mobbing e il demansionamento:


Il termine mobbing indica una serie di comportamenti violenti – vessazioni, abusi psicologici, maldicenze, umiliazioni, angherie, ostracizzazione – posti in essere da parte di superiori e/o colleghi di lavoro nei confronti di un lavoratore/lavoratrice, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale, nonché della salute psicofisica dello stesso.


Il termine demansionamento indica il pregiudizio sofferto dal lavoratore per effetto dello spostamento a mansioni inferiori, in altre parole è l'inadempimento del datore di lavoro di adibire il lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto o ad altre equivalenti.


Un caso piuttosto attuale, che può riguardare molto da vicino la posizione della manager assistant, è il demansionamento e/o mobbing che si può verificare per alcune posizioni lavorative a seguito di un cambio della dirigenza dovuto a cessioni o fusioni di aziende.


Per trattare l'argomento ho preso le mosse da una recentissima sentenza del Tribunale di Tivoli (n 3470 del 10 Dicembre 2010, che ha stabilito che il lavoratore illegittimamente demansionato a seguito di un cambio di dirigenza, abbia diritto alla reintegra nelle precedenti mansioni ed al risarcimento.
Il Tribunale del lavoro di Tivoli, cui si era rivolta una lavoratrice per ottenere giustizia, affronta, dunque, il caso della lavoratrice X, che da addetta a compiti di coordinamento della segreteria di un'azienda, proprio a seguito di un cambiamento di gestione ai vertici, viene spostata in un altro ufficio (acquisti) nel quale, privata della autonomia di cui godeva in precedenza, si è vista assegnare mansioni puramente esecutive, in un settore di rilievo marginale, peraltro sottoposta a mobbing protrattosi nel tempo.
La lavoratrice, dopo aver provato in giudizio di aver subito un illecito demansionamento, passando da una posizione di staff, coordinamento di colleghi e diretto contatto con il management di una grande azienda, all'assegnazione a compiti esecutivi limitati all'acquisto di cancelleria, si è vista riconoscere dal Tribunale la reintegrazione nelle mansioni precedenti (che significa il suo diritto a continuare a svolgere le mansioni precedenti o equivalenti).
Inoltre poiché la lavoratrice ha dimostrato nel corso della causa di avere subito un mobbing o “costrittività organizzativa”, protrattosi nel tempo, dando la prova, sia della vessazione ed emarginazione subita nell'ambito lavorativo (lo spostamento fisico della postazione lavorativa dai locali del management ad un disimpegno vicino ai servizi igienici, lontano dalla precedente collocazione), sia dell'intento persecutorio messo in atto nei suoi confronti da parte aziendale (numerose contestazioni disciplinari e visite fiscali durante la malattia), ha anche ottenuto dal Tribunale un risarcimento del danno biologico morale ed esistenziale, quantificato economicamente dal giudice secondo criteri determinati dalla legge e dalla giurisprudenza.

La sentenza che ho cercato di illustrare, sia pur per sommi capi, dimostra che nel nostro ordinamento esistono gli strumenti anche giuridici per la tutela della professionalità e dignità lavorativa di ciascuna persona, non dimentichiamolo!

 

 


  Rosanna Tedesco
Rosanna Tedesco

Da molti anni si occupa di diritto del lavoro, con particolare attenzione alle questioni che coinvolgono donne lavoratrici. 
 

L'avvocato risponde alle domande delle iscritte a Secretary.it. Scrivi a redazione@secretary.it

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