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Lavorare in Europa

A confronto con modelli differenti

 

Lavorare in Europa

 

Può capitare. Se si lavora in una multinazionale, per esempio, oppure in un'azienda italiana che apre una sede all'estero, o in un'azienda che viene acquisita da un'organizzazione straniera e quindi entra in una fase di integrazione. Può accadere di lavorare all'interno di una struttura nella quale la nostra "italianità" si stempera in un ambiente multietnico, multiculturale, multilingue. Può capitare di avere un capo straniero, o di assistere più capi appartenenti a culture diverse, o di lavorare in pool con altre assistenti di nazionalità differente dalla propria. Anche in Europa, dove, a dispetto del nostro essere "Comunità", del mercato e della moneta unica, le caratteristiche culturali permangono più forti che mai.

 

Complicanza? Opportunità? Senza dubbio la seconda, a patto che la mente sia aperta, l'atteggiamento flessibile, i comportamenti dettati da una forte consapevolezza della situazione nella quale ci si sta muovendo. Una consapevolezza che occorre costruirsi giorno per giorno, sempre monitorando attentamente le variabili di diversità che possono entrare in gioco. Vediamole in dettaglio.

 

La lingua. Dovrebbe essere, oggi, un ostacolo ampiamente superato. Eppure ancora pochi Italiani investono sul miglioramento delle proprie competenze linguistiche. In alcuni percorsi di laurea, basta superare un test, che non fa media e non prepara. Troppo spesso l'Inglese lo si esercita su internet, con il rischio di apprendere un lessico molto specifico, ma non la fluency che serve per lavorare. Imparare bene una o più lingue è invece fondamentale nel ruolo di Management Assistant, per la quale non è una competenza soft, ma hard: competenza tecnica che delinea e definisce il profilo professionale. È un biglietto da visita che accredita la nostra professionalità ed è, oggi più che mai, irrinunciabile. Mettiamo dunque da parte la pigrizia. Forse l'Italiano è la lingua più bella del mondo, ma all'estero non basta.

 

La cultura. Lavorare in un Paese differente da quello da cui si proviene presuppone un confronto con aspetti che non abbiamo appreso per osmosi da bambini vivendo in quel Paese, delineando giorno per giorno il nostro universo di riferimento. Non ci sono familiari i riti, le credenze, le tradizioni, le abitudini. Alcuni forse non li comprenderemo mai. Di fronte ad essi, faremo sempre un confronto con ciò che ci è noto, valutando ciò che incontriamo per similitudine o differenza: "anche da noi!", oppure "da noi, invece..." ci sorprenderemo spesso a dire. È la dinamica con la quale la nostra mente accetta o scarta, ma soprattutto ordina e apprende, permettendo alla novità di introdursi in noi, fino a diventare parte della nostra identità. Mai impedire a questo processo vitale di svolgersi. Occorre avere pazienza e prendere coscienza delle differenze un passo alla volta, solo così potremo comprenderle a fondo e metabolizzarle.

 

Il Paese. Possono essere diverse le leggi, gli enti, le strutture. Si perdono allora importanti punti di riferimento, cambiano gli iter, così come alcuni interlocutori. Può essere utile ricrearsi una mappa, riorganizzare una rete, di contatti e di conoscenze. Senza cercare forzatamente l'equivalente di ciò che è noto, ma fotografando la realtà nella quale dobbiamo ambientarci. "Come si fa qui?" è la prima domanda da fare, innanzi tutto a se stessi, per darsi nuove coordinate.

 

L'etica del lavoro. Può essere diversa a seconda della cultura e forgiare, attraverso l'educazione e l'esperienza, professionisti profondamente diversi da noi, che si muovono in base a sistemi di valori propri e aderendo a modelli di pensiero e di azione totalmente differenti. Potranno essere differenti allora anche la concezione dell'impresa e dell'organizzazione (pensiamo all'abisso che corre tra la struttura, la gestione. le dinamiche di una multinazionale e quelle di un'azienda familiare italiana), l'interpretazione della leadership, la gestione delle risorse umane, lo spazio di delega ed autonomia. Saranno differenti la concezione del tempo, la gestione del conflitto, persino l'approccio al cambiamento. Argomenti interessanti, l'approfondimento dei quali è rimandato – per ragioni di spazio – ad altre puntate.

 

E il Capo? Espressione della cultura, del Paese, dell'etica, dell'educazione e dell'esperienza che lo hanno formato, potrebbe agire in base ad un diverso sistema di valori, avere sul nostro lavoro aspettative differenti rispetto ad un Capo italiano. E sarà sulla base dei propri valori e delle proprie aspettative che ci indicherà gli obiettivi e valuterà la nostra performance. Per questo motivo il confronto culturale sereno e costante, che permetta di comprendere i motivi di alcuni comportamenti, la comunicazione aperta e rispettosa, la chiarezza degli obiettivi, l'esplicitazione delle modalità ("faccio questo in questo modo perché..."), la trasparenza dei criteri di valutazione sono la base solida per la creazione di un binomio internazionale funzionale.

 

Silvia Salomon, Responsabile Formazione
EUMA Italy

 

 


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